Leggo stamattina su Repubblica che la nostra cara Galbani, marchio conosciuto da tutti i consumatori italiani come sinonimo di qualità, è nella bufera perché sembra abbia idee originali riguardo la qualità dei suoi prodotti e una visione creativa dell’utilità delle date di scadenza. La cara Galbani, con la maschera del “vuol dire fiducia”, sembra (sono gli stessi dipendenti a sostenerlo) approfittasse della fiducia dei consumatori per rifilargli prodotti scadenti e forse pericolosi. Non mi interessa entrare nel merito della questione, spero che la giustizia faccia il suo corso punendo duramente chi ha sbagliato rubando la fiducia della gente, ma mi piacerebbe che questa fosse l’occasione per decretare la fine di un’epoca, quella del marketing e della pubblicità disposte a dire qualunque cosa purché la gente compri un determinato prodotto.

Chi ha inventato, all’epoca, il claim “Galbani vuol dire fiducia” l’avrà fatto in buona fede, l’Italia di allora forse era meno sofisticata di quella di oggi, con altre esigenze e altri standard. Un formaggio immondo come il Bel Paese (che può anche piacere ma sempre immondo è) forse addirittura era meglio, da un punto di vista batteriologico e igienico, di altri formaggi “artigianali”. Era un’Italia diversa, l’industrializzazione era considerata un elemento positivo e moderno e ci può stare che qualcuno in buona fede pensasse che legare il marchio Galbani alla fiducia fosse ragionevole e giusto.

Adesso però non è più possibile continuare su questa strada come ha fatto Galbani (e altri). L’industrialismo non è più un valore - soprattutto se si parla di cibo, gli standard igienici e organolettici dei prodotti industriali sono molto più bassi di quelli che noi, come consumatori, vorremmo che avessero (nonostante i controlli delle ASL e le regole europee). Se qualcuno da giovane per guadagnare qualche lira ha per caso messo piede in un’azienda che produceva generi alimentari sa bene di cosa sto parlando (mosche nel latte, passate di pomodoro da vomito, marmellate con frutta marcia ecc.).

E’ un modello che è ormai superato e che nessuno vuole più (chi pensa che la mozzarella Vallelata sia buona come una mozzarella artigianale? Chi crede che l’insalata del super sia paragonabile a quella del contadino?) e che è ancora in vita a causa delle balle che ci raccontano tramite la pubblicità o tramite tattiche di bassa lega del marketing (raccolte punti, sconti, inviti alla prova ecc.). Chi lavora per queste aziende, dall’interno o dall’esterno, ha il dovere morale di uscire da queste logiche e di offrire uno scenario più vero e reale all’interno del quale i consumatori possano fare le loro scelte in maniera consapevole.

Purtroppo essendo nell’ambiente da un po’ di tempo di casi di questo genere ne ho visti anche troppi: dichiarazioni vuote o addirittura false, caratteristiche fighe sulla carta solo perché abbiamo omesso dei dettagli fondamentali, amministratori delegati che se la raccontano e la raccontano a tutti gli altri, agenzie che devono fare il budget per cui chissenefotte se quello che si dice nella pubblicità è una balla o meno, mica li mangiamo noi quei formaggi e via così. Ma mano a mano che invecchio mi sento che questa è una strada che  non porta frutti, possiamo farla franca per un po’ ma se non rispettiamo il nostro lavoro (e ovviamente non rispettando il nostro lavoro manchiamo di rispetto anche a noi che facciamo quello tutto il giorno, tutti i giorni) e neanche i consumatori, quelli che ci ascoltano, non si va da nessuna parte. Anche noi, non dimentichiamolo, siamo dei consumatori, anche noi abbiamo bambini e famiglie, anche noi vorremmo una società giusta e la possibilità di non essere condizionati dalle balle che si sentono nei break pubblicitari.

Non sono necessarie rivoluzioni ma solo buona volontà e desiderio di guardarci allo specchio con un minimo di orgoglio. Può bastare andare in uno stabilimento per vedere e annusare l’aria che si respira, controllare che il prodotto sia come ce lo hanno raccontato (la fiducia è una gran cosa ma poi è la nostra faccia che ci va di mezzo), vedere se le materie prime sono di prima qualità o meno (io scommetto che nessuna materia prima che arriva in una fabbrica è di prima qualità, può essere migliore di quella del concorrente ma pensate davvero che il latte che usano per il Galbanino, o per qualunque altro formaggio industriale, sia il migliore che si può comprare?).

Non è un’eresia, rispettare noi e i consumatori non vuole dire che quel prodotto fa cagare ma è comodo da utilizzare, che fa schifo ma costa poco, che è di scarsa qualità ma non ci ammazza. Possiamo sempre migliorare le cose, dare dignità a prodotti che adesso non ce l’hanno senza raccontare balle, proporre di utilizzare latte migliore (quindi più caro) e di “vendere” questa caratteristica ai consumatori (magari aumentando un pelo il prezzo ma non troppo, d’altronde si possono sempre spendere meno soldi nella pubblicità o licenziare qualcuno del marketing), usare procedure più naturali e rispettose dell’ambiente facendolo notare ai consumatori sperando di venderne di più generando così migliori economie di scala.

Queste notizie ci fanno puntare il dito verso persone e società avide ma che si sappia che le responsabilità sono molto più allargate di quanto si creda. Non nascondiamoci dietro a un dito e cambiamo atteggiamento, i tizi di Slow Food hanno avuto un successo planetario senza dover ricorrere a fuochi d’artificio o a balle colossali. A proposito, tra qualche giorno si apre il Salone del Gusto, se non sai cosa fare, facci un salto.

This entry was posted on martedì, ottobre 14th, 2008 at 11:38.
Categories: Marketing.

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