La Baia dei Pirati condannata vince lo stesso?
Nella civilissima Svezia è avvenuto l’ultimo atto di una guerra che vede contrapposti il mondo tradizionale, con le sue regole, leggi e entità economiche, e il web con il suo potere distruttivo, le sue promesse rivoluzionarie e gli utenti (che saremmo tutti noi). Il mondo tradizionale, l’industria e il sistema giuridico si è formalmente aggiudicato il round con una bella condanna – un anno di carcere ciascuno ai 4 ragazzi ritenuti i gestori del sito – e relativa multa di 3 milioni di dollari.
La condanna è stata vista come la fine di un’epoca, la fine dell’assenza di regole e la vittoria del diritto, è pesante senza essere vista – almeno a prima vista – come una vendetta verso i ragazzi che hanno ideato e gestito ma come un chiaro monito che nemmeno nella liberale Svezia violare il copyright è un atto permesso. Ma è probabile che l’effetto sia molto diverso da quello sperato, è possibile che gli effetti negativi sorpassino di gran lunga i benefici che le case discografiche o musicali, gli Stati sovrani e i detentori dei diritti di copyright pensino di aver ottenuto.
Per cominciare c’è l’elemento della rete, è un mezzo anarchico impermeabile a ogni tipo di regolamentazione tradizionale. Non c’è nessuno che possa fermarla, è stata progettata per evitare che venga distrutta o compromessa da un attacco nucleare o da una guerra. Se è a prova di bomba (atomica) siamo sicuri che dei giudici, Sarkozy o le case discografiche possano fermarla? Se fermi The Pirate Bay pensi davvero di aver messo una pietra tombale sul file sharing? Se cerchi un torrent c’è Google (The Pirate Bay è sostanzialmente un Google specializzato in torrent), se fermi Google c’è Yahoo, se fermi Yahoo c’è qualche altro motore di ricerca in qualche altro angolo della terra che ti farà trovare quello che cerchi. Condannare la Baia dei Pirati serve solo a rendere la vita leggermente più complicata agli utenti ma la soluzione ai “problemi” dei file sharer è già a portata di mano
Successivamente c’è la tecnologia che si sviluppa e che è anni luce avanti a tutti i sistemi coercitivi e di controllo esistenti. Possono cercare di mettere un freno a Bittorrent (il protocollo che permette di condividere e scaricare i contenuti dalla rete) ma ce ne sono tanti altri a disposizione degli utenti, gli ISP possono cercare di capire che cosa trasportino i pacchetti di dati che passano sulle loro reti ma ci sono sistemi di crittazione che impediscono, senza possibilità (almeno con tempi umani) di decifrazione, che lo facciano. La tecnologia segue una direzione chiara, quella di permettere agli utenti di fare quello che vogliono con la loro connessione, non basta
Ci sono i limiti fisici di un mondo con 200 paesi e quindi milioni di leggi non sempre in armonia (e giustamente), se il server è a Cuba o in Nord Corea (ad esempio) che speranze ci sono che un giudice o un paese possano farlo chiudere? Per quale motivo poi? Che un gruppo di società non guadagna abbastanza? Mah, io ho dei dubbi. C’è la possibilità che un determinato paese possa impedire ai suoi cittadini di accedervi e anche qui c’è da ridere visto che ci sono proxy e sistemi vari per aggirare queste restrizioni (come ben sanno le società di gioco d’azzardo).
E infine ci sono gli utenti che sono il “You” del Times di un anno e mezzo fa. Siamo noi che siamo la cosa più importante del web, quella da proteggere, quella da tutelare. La guerra tra le case discografiche o cinematografiche e The Pirate Bay è in realtà tra le case e noi utenti, in questo scenario da che parte stare? Dalla parte dei miliardari o da quella dei miliardi (di persone)? Mi sa che non c’è nessun dubbio, gli interessi generali non sono quelli della Warner Brothers o della Sony o della Disney, sono i nostri.
Godetevi la vittoria ma preoccupatevi del futuro, non so se questa è stata la vittoria di Pirro ma sicuramente non è stata la fine della guerra.
Per chiudere vale la pena leggere il comunicato di The Pirate Bay sulla sentenza. Forza ragazzi, il mondo si può cambiare!
